La Città Ruvida di colori

Siamo in Amazzonia, a cavallo fra '800 e '900, Brian Sweeny Fitzgerald ha un grande sogno: costruire un grande Teatro dell'Opera a Iquitos, piccolo villaggio amazzonico isolato dal resto del mondo, per farvi esibire i più grandi nomi della lirica. Iquitos era solo un piccolo villaggio sperduto nella selva sparpagliato in maniera caotica e tutt’altro che armoniosa, circondato dalle acque paludose dei fiumi Nanay e Itay, due affluenti del Rio Amazonas
Oggi è la più grande città del mondo non raggiungibile via terra. Alla fine dell’ 800 il boom dell’industria della gomma portò ad Iquitos baroni e magnati europei, costruzioni in stile liberty, lusso per gli stranieri, ma dietro le quinte migliaia di indios furono costretti a lavorare in condizioni disumane e sopportare prepotenze in nome di un solo obbiettivo: il profitto.
Parte di quel fascino liberty è visibile ancor ‘oggi, seppur in minima parte, ed è il segno di tempi ormai andati, di una ricchezza effimera che scomparve con l’inizio della prima guerra mondiale in Europa.
Da quando sono arrivata questa città l’ho trovata ruvida, nei suoi colori, nei suoi odori, uno spettacolo di situazioni degni di un teatro. Il turismo è soprattutto dedicato all’uso dell’ayahuasca, o da chi vuole entrare nella giungla e provare a “sopravvivere nella natura più estrema”, e chi sceglie proprio Iquitos come inizio del suo viaggio nei Rio dell’Amazzonia.
E’ pungente come ti accoglie questa città, riesce a tirare fuori Archetipi che non si conoscevano e l’inconscio trova il suo habitat per esprimersi.
Il tempo e le promesse sono relative, la coscienza diventa relativa e così provi ad immergerti nella giungla di te stesso. Zona di sciamani, di pozioni, di gusci di tartarughe, teste di scimmie e sangue di coccodrillo dove si scopre che un po’ ci crediamo a questa magia e che ci possa riportare al nostro Io primitivo.

Iquitos gennaio 2020
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